La città non si presenta mai davvero. Succede.
Un angolo di luce su un muro stanco, e già non è più solo un muro. Qualcosa lo attraversa, lo rende temporaneo, come se fosse stato appena pensato e potesse sparire subito dopo.
Le strade non conducono. Restano. E nel loro restare trattengono il passo di chi non c’è più, il dubbio di chi non è ancora arrivato. Ogni superficie sembra ricordare senza sapere cosa.
C’è un silenzio che non coincide mai con l’assenza di suono. È più vicino a una pausa del mondo, a una esitazione del visibile. In quel momento anche il cemento respira piano, senza dire niente.
Non si guarda davvero fuori. Si resta dentro qualcosa che assomiglia allo sguardo. E quello che chiami paesaggio urbano è solo una forma provvisoria del pensiero, che si appoggia alle cose per non cadere.
Le finestre chiuse non negano nulla. Semplicemente trattengono. Come se dietro ci fosse una possibilità che non ha ancora deciso se diventare storia.
E allora camminare non è avanzare. È accordarsi a una frequenza instabile, dove ogni cosa è quasi sé stessa ma non del tutto.
Alla fine resta una specie di leggerezza opaca. La sensazione che il mondo non sia davanti, ma intorno. E che per un istante, senza accorgersene, ci si sia confusi con lui.

